Una domanda al destino

Questo weekend ho partecipato a una fiera con la mia associazione e, tra le varie attività, ho pensato di aggiungere una semplice lettura dei tarocchi proposta da me a chiunque volesse sedersi e fare una domanda alle carte.
Andando oltre ogni possibile pensiero sui tarocchi che ovviamente parte dallo scetticismo, passa dalle credenze e chiude con i peccati mortali, è stata un’esperienza che mi ha fatto riflettere molto.
Facendo un calcolo approssimativo posso dire che ho parlato con circa cinquanta, forse sessanta persone, in due giorni.
Tante persone con tante facce diverse, con tante età diverse, con tante vite diverse.
Tutte si sono sedute con i loro sguardi… terrorizzati, curiosi, euforici, preoccupati.
Io ho cercato di avere un sorriso per tutti, spiegando le “regole del gioco” tra loro e le carte. Apparentemente la cosa era semplice per me, la prima frase che ho pronunciato per tutte quelle volte è stata “Ciao, allora… questa è una lettura a domanda o questione. Non guarderemo tutta la tua vita, ti chiedo però di pensare a una cosa che per te al momento è molto importante, o se hai qualcosa da chiedere di preciso.”
La crisi vera nei loro occhi.
Mai avrei pensato che questa domanda fosse la più difficile del mondo.
Mi sono sentita in dovere di dire, di fronte a quegli occhi spalancati colmi di aspettative e ansie che guardavano me che mescolavo le carte, che la lettura è un consiglio, come un amico che ti conosce bene e cerca di aiutarti. Ho anche aggiunto spesso che non siamo a “Ritorno al futuro”, che la lettura non avrebbe cambiato quella che era la loro vita.
Qui ho visto molti sospiri di sollievo accompagnati da un bel sorriso.
La giornata andava avanti e dopo un po’ ho cominciato a riflettere su quello che stava accadendo all’inizio di ogni lettura.
Ho iniziato a fare esempi, ad aiutare in qualche modo chi avevo davanti a guardarsi dentro per capire veramente se si erano seduti per stare comodi in un angolo isolato della fiera o perché in cerca di qualche parola o risposta.

Senza faticare molto ho involontariamente cominciato a capire tante cose…
Ho capito ad esempio che molte volte nella vita non vogliamo davvero sapere cosa ci aspetta o se è vero ciò che pensiamo di noi e di quelli intorno a noi.
Ho capito che, per quanto possiamo non credere a niente, crediamo in noi stessi più di quanto potessimo mai immaginare.
Ho capito che quando si è giovani si cerca l’amore più di ogni altra cosa, e che il destino non ti darà mai la risposta che ti aspetti ma spingerà perché “devi conoscere te stesso a fondo prima di cercare di rifletterti in qualcuno”.
Ho capito che a un certo punto della vita e se si ha famiglia la grande preoccupazione è il bene dei propri figli.
Ho capito che molte persone che hanno ricominciato a vivere o che stanno ricominciando a vivere vogliono solo sapere se riusciranno a rialzarsi davvero.
Ho capito che da bambini i nostri sogni per il futuro sono grandissimi e importanti.
Ho capito che il lavoro dev’essere un qualcosa che appaga noi stessi, poi può essere una questione di soldi.

Ma soprattutto ho capito che non è importante davvero cosa vogliamo chiedere al mondo, che non vogliamo davvero sapere cosa ci aspetta. Ho capito che quello di cui abbiamo davvero bisogno è qualcuno che si sieda disposto semplicemente ad ascoltare quello che abbiamo dentro. Perché se ci sentiamo ascoltati, se sentiamo che qualcuno ha sinceramente voluto condividere con noi un pezzo della nostra vita ma senza soverchiarla, allora ce ne andremo più sicuri di noi stessi.

E tutto questo credo di averlo capito dalle parole ma anche dagli sguardi a volte carichi di lacrime, dai sorrisi, dalle ciglia aggrottate, dalle bocche spalancate per lo stupore, dalle strette di mano sincere, dalle risate e dagli abbracci che mi sono stati regalati.

Questa è stata una bella esperienza che mi ha insegnato molto su di me, su di noi.
Io non so se un giorno chiederò qualcosa al destino perché in tutte quelle domande, alla fine, ho visto anche le mie.

Grazie.

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Quella strada

Piccola premessa: dato che da poco porto gli occhiali sì, lo so, ho visto. Non scrivo da più di un anno. Sono scesa a patti con questo mio modo di affrontare il blog. Ho capito ormai che quando scrivo qui è per un bisogno, non per un dovere. Sembrerà una cavolata per molti lettori e blogger, come se io avessi scoperto l’acqua calda. Eppure mi ci sono voluti degli anni per arrivarci.

Quindi eccomi insomma, ancora una volta a vuotare un po’ a casaccio una fila di pensieri che ho tanta voglia di lasciarmi davanti, per poterli riprendere, ricordare. E anche per condividerli con chi vorrà soffermarsi ancora una volta a leggerli.

Questa volta però non è per niente facile partire a scrivere.
Forse complice il fatto che ho paura di cadere nel mucchio di quelli che parlano, che vogliono dare una loro opinione su un fatto di cronaca… forse perché ho paura davvero di quello che la gente potrà pensare delle mie parole e sono già qui, prima ancora di tutte le future parole, ad interrogarmi se mai vorrò condividere queste parole con i vari social ai quali sono collegata.
Il pensiero, un po’ del giudizio e un po’ anche del mettere in campo cose molto personali, mi avvicina però a un senso di vertigine che forse forse è la chiave giusta per quello che voglio scrivere. Forse è la spinta che ci vuole.

Tutto parte da una notizia di diciotto giorni fa in cui si parlava di due alpinisti, Daniele Nardi e Tom Ballard, dispersi sul Nanga Parbat. Io in geografia non sono proprio un asso, men che meno so qualcosa sulle arrampicate, pochissimo sui monti, sull’alpinismo. Fatto sta che il telegiornale ogni giorno scandisce ancora e ancora questa notizia, accompagnandola piano piano a un crescendo generale di preoccupazione che mi fa intuire la portata di quello che poteva essere successo ai due ragazzi e quindi a quale, purtroppo confermato pochi giorni fa, è stato l’epilogo della loro vicenda.
Quando tutto è finito, quando in realtà per noi quaggiù al di sotto dei 6.000 metri tutto è finito, non so cosa sia scattato dentro di me. Non erano stati i vari discorsi che poi ho letto e sentito dire sugli errori di scelta degli alpinisti, su ciò che avevano lasciato dietro di loro… mogli, figli, famiglie e amici. Era qualcosa a una diversa profondità, come sotterrato sotto una lieve neve soffiata da un vento gelido e portato alla luce del sole. Come se ci fosse tanto di cui parlare ma che non sarebbe forse possibile usare delle parole per farlo. Un po’ come quando nella vita ci capita qualcosa di così straordinario che a malapena riusciamo appunto a dire “straordinario”.
Infatti ora so che mi incaglierò cercando di continuare a scrivere, ma devo trovare la mia via per farlo. Ed è buffo da una parte come mentre scrivo mi affiorino alla mente tante metafore e parole che si affiancano bene alla montagna.

La montagna. La strada.
Nel viaggio lungo della vita di ciascuno di noi si sono sempre presentate le strade, le mete. E oltre a ciascuna di queste mete altre ancora più in là, altre ancora più in alto. Chi ha provato almeno una volta nella vita la sensazione del camminare in senso lato forse potrà capire meglio e perdonare il mio piccolo tentativo di spiegarmi. Io ricordo bene alcune sensazioni, grazie ad anni di gioventù passati sulla strada, ma anche al Cammino di Santiago intrapreso per un mese, circa dieci anni fa. La strada. Quella piccola parola che racchiude un significato così profondo che forse è sepolto in fondo alla fila di obiettivi giornalieri che abbiamo e che ci impediscono di guardarci mentre li raggiungiamo, mentre ci muoviamo verso di essi perché, appunto, siamo già intenti a pensare all’obiettivo seguente.
Eppure la vita lo sappiamo, è una strada.
Un po’ ci sceglie lei, ci dice il punto di partenza e ci dà anche l’attrezzatura per partire. Un po’ la scegliamo noi, cominciamo al primo bivio, e così saliamo piano piano. Guardiamo avanti, in alto, per capire cosa ci conviene fare. Se siamo amanti dei paesaggi scegliamo forse un sentiero più impervio ma che ci darà sicuramente una vista stupenda su tutta la valle, altrimenti magari scegliamo il sentiero già segnato, battuto, in modo da non perderci sulla via. Intanto che saliamo incontriamo persone, alcune condividono con noi un pezzo di strada, una fonte. Con altre ridiamo così forte da non avere fiato per salire e allora ci fermiamo e chiacchieriamo finché il bisogno di salire non sarà più forte e ripartiremo. Potremmo trovare qualcuno che ci assicuri un posto caldo per una notte, o potrebbe succederci di dormire fuori, sotto un cielo stellato, completamente soli ma felici. Potremmo anche essere costretti a tornare indietro, anche di molti chilometri, perché la strada davanti è franata o perché ci rendiamo conto di esserci sbagliati, che quella non è la via che vogliamo percorrere. Potremmo trovarci soli, con lo sguardo a terra perché guardare in alto ci fa sentire troppo la fatica e ci fa vedere gli altri troppo lontani. E allora si riparte col respiro, cercando il ritmo giusto per noi, e si ricomincia a salire.
Insomma potrei continuare all’infinito… ma la strada è davvero una grande metafora della vita.

La strada, non la cima. Non la vetta più alta. Questo mi ha colpito di tutta la vicenda del Nanga Parbat. Il sogno di una strada, di una strada tutta tua… da trovare, che facesse paura ma che fosse veramente genuina, che racchiudesse tutto il significato dell’esistenza umana. Ripeto: non è un discorso in senso lato della vicenda, non è una giustificazione delle scelte di Daniele Nardi che ha voluto provare e riprovare a passare per lo Sperone Mummery. È più una mia visione dall’alto dell’incredibile tendenza dell’uomo verso la SUA strada. L’obiettivo della scalata non era la vetta, era aprire una nuova via. E di uomini che hanno tentato fisicamente di aprire nuove strade nel mondo è piena la storia. Ogni strada battuta è stata trovata, esplorata e sofferta da qualcuno che con un sogno dentro l’ha trovata e preparata anche al nostro passaggio. Monti, valli, deserti, città. Le nostre strade sono nate prima di noi e molte di esse vivranno dopo la nostra morte. Lo straordinario sta nel fatto che ogni strada vera e ogni metafora di strada si possono ritrovare a braccetto, coesistono nell’anima di ogni uomo. Ed è questo che penso mi abbia colpito davvero di tutta la vicenda.

Perché ce lo ripetiamo ogni capodanno, ogni Natale, ogni matrimonio, ogni malattia e ogni funerale.
Che dovremmo pensare a passare il tempo con chi ci è vicino, che dovremmo realizzare i nostri sogni e non pensare che la fine della strada è là da qualche parte.
Ce lo ripetiamo ma poi?

Intanto questa notte ho fatto un sogno (non metaforico) che dopo mezza giornata ho deciso di condividere.

Ero in alto, guardavo il limitare dello Sperone Mummery e c’erano Tom e Daniele. Come il primo uomo sulla luna, Nardi ha fatto un piccolo passo oltre la parete rocciosa, si è voltato verso il compagno urlando con le braccia al cielo. C’era riuscito, era arrivato oltre lo Sperone, aveva aperto la sua via. Tom e Daniele si sono abbracciati euforici, tra le lacrime di una felicità incontenibile. Hanno proseguito sul plateau del Nanga Parbat fino alla cima, 8.126 metri sopra il mondo. Là c’erano altre persone come loro, arrivate alla fine del loro sogno, della loro strada. Si sono abbracciati tutti insieme, hanno riso e pianto guardando verso l’orizzonte.  Le nuvole basse sul mondo, loro lassù, un attimo in silenzio, nell’aria gelida, col sole del tramonto riflesso nei loro occhi. La strada sotto di loro, vista da questo punto, è la più straordinaria delle meraviglie.

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In Foto: Daniele Nardi sul Nanga Parbat

Ricordi d’estate

Metti che una sera, totalmente rilassata, ricordi solo a mezzanotte dei tre panni da stendere. Così in terrazza ti trovi ad annaffiare le piante come ogni giorno ormai… poi prendi stanca la cesta e cominci a stendere il bucato. E come un lampo una boccata di quell’aria ancora fresca ma non più gelida ti riporta alla memoria ricordi di… beh tanti tanti anni fa ormai. Quando era estate e ancora non ti sentivi stanca per aver giocato a nascondino tutta la sera, ma avevi un piccolo rituale prima di andare a dormire. Così ti sedevi sui gradini freschi di pietra di quella casa familiare e cominciavi a litigare cercando di scalfire una granita col tuo cucchiaio di plastica. Sempre all’arancia… era raro e prezioso il giorno in cui ti capitava l’amarena. Grattavi e grattavi in silenzio ascoltando la sera e le chiacchiere rilassate dei grandi. Di sottofondo ancora una bella giornata di giochi e sulla pelle quella brezza che scalfiva appena il calore che aveva ancora il profumo del giardino dove costruivate le storie fantastiche che sono il privilegio (e il dovere) di ogni bambino. Poi tornavi a casa e piano piano la giornata si faceva sentire e ti addormentavi pronta per nuovi giochi il giorno seguente. Così stasera in un attimo davvero… tutto è tornato a quei giorni. Le sensazioni fisiche, i pensieri da bambina… e i cari ricordi di quelle notti, di quelle persone.

La mia voce

Ecco il mio grande litigio tra mente e cuore, tra essere e voler essere: la mia voce.

Ho sempre faticato a capire la mia voce. L’avrei voluta più soffice, più acuta, meno ariosa… Invece è questa, e io ancora la sto scoprendo pezzettino per pezzettino. Già mi fa sorridere il fatto che io abbia, un giorno, deciso arbitrariamente che la mia voce non va bene. Per cosa? Per chi? Ma chi l’ha decisa una cazzata del genere? Ma non credo di essere l’unica. Perché non è facile per nulla ascoltarsi e soprattutto è difficilissimo per me lasciarla uscire libera. Sì, c’è un mondo oltre quello che sento, un mondo che parla proprio di me e che ha esattamente le tonalità, il timbro, che mi rende quella che sono. Sono circa cinque anni che ho intrapreso un cammino speciale… fatto di tante salite, risate, pianti. Un mondo che è già mio e che sto cercando di far uscire dai limiti auto imposti, dalle regole della mia mente, dalla paura del mio cuore. Non è facile cantare. Cantare è aria, è aprire tutte le finestre, far passare ogni cosa, farsi travolgere. E’ raccontarsi con un suono, arrivare alla parte primordiale del proprio Io. Cantare non è “fare spettacolo” o fare soldi, o diventare famosi. Cantare è difficile, è farlo anche se non si ha voglia, perché serve. E’ mettercela tutta, guardarsi dentro e trovare la propria anima. Ecco cos’è cantare. E’ dare voce alla propria anima e farla vibrare attraverso tutto il nostro essere.

C’è un suono oltre quel suono che conosco.

E io piano piano gli mostrerò che può essere se stesso.

Rieccomi

E’ un anno che non scrivo qui.

Aprendo la pagina la prima cosa che ho notato è l’ultimo post. Ho letto due volte cercando di ricordare il perché l’avessi scritto, cosa era successo per farmi arrivare a quella digressione. Ho letto quello, poi scorrendo ne ho letti molti altri. Come fossi fuori di me ho riscoperto un passato fatto di tante riflessioni che mi hanno stupita, quasi non fossero parole mie ma cose che sento ancora nel profondo. “Meno male ho questo spazio! Guarda che belli i miei pensieri!” mi sono detta da sola. In effetti è veramente un tesoro questo luogo per me. Trattiene tutti quei pensieri che ogni giorno faccio e li trasforma, li trascrive. E’ vero, non scrivo spesso… anzi. Ho sempre scritto però quando ho sentito la necessità di farlo. Che fosse per delle belle o brutte sensazioni, dei ricordi, dei pensieri.

Ma ogni tanto ho bisogno di tornare qui.

Sono successe tantissime cose in quest’ultimo anno, veramente tante. Moltissime delle quali belle, molte altre importanti e oggettivamente così poche davvero brutte che le potrei riassumere in qualche parola: allergie esplosive, dentista, mal di schiena, prendere peso. Le altre cose hanno bisogno di post e pensieri.

Perché le cose brutte sono tante nella vita ma non meritano più tempo di quello di cui hanno bisogno. Le cose belle invece vanno fatte respirare, va lasciata la finestra aperta, vanno festeggiate.

 

Lo specchio rotto

A volte quello che si vede non è uno specchio appena rotto, un nostro “io” che si è appena spezzato al suolo in mille sfaccettature e inquadrature diverse di noi.
Anzi, spesso quello che vediamo è già lì da tempo, siamo noi nei nostri frammenti.
Perchè non sempre gli eventi ci cambiano da subito.
Il dono più grande che possiamo fare a noi stessi è vederci per quello che siamo, in ogni pezzettino, bello o brutto. In tutti i pugni che abbiamo dato a quel vetro senza accorgercene, a quelli che abbiamo ricevuto dagli altri e a quelli che in alcune parti vorremmo dare. Perché noi siamo così, un tesoro fatto di tante luci, colori e sfaccettature diverse, alcune migliori e alcune un po’ meno ma sono sempre parte di noi. Non si possono aggiustare le persone, si può solo cercare ogni giorno di imparare a capire chi siamo e amarci anche negli errori, perché solo noi stessi ci possiamo sinceramente perdonare.

Parole Facili

Ci sono due tipi di persone al mondo: quelle dalle parole facili e quelle che non riescono a fare discorsi difficili.

Parole facili
le tue
che starebbero
in discorsi difficili.
In impegni
fuori da convenzioni,
ma sono facili
per te
da pronunciare,
leggere
come una piramide di carte da gioco.
Basta poco
per farle crollare
così poco
per farle precipitare.
Saper parlare
non vuol dire
esprimersi.
Quindi con durezza,
con righe di parole faticose
lo dico:
lo sapevo
prima di te.